Un testo non si inizia con una
domanda o con un avverbio. Questo ti insegnano a scuola.
Sarà..ma, finezze a parte, non ho
comunque mai brillato nella stesura di testi e di temi nello specifico.
C’era sempre o troppa
introduzione, o troppa parte centrale. La conclusione insomma era sempre la
parte penalizzata.
Ecco perché ho deciso di aprire
un blog.
Niente schemi, niente
bilanciamento dei testi. Non sono una scrittrice e non pretendo di esserlo.
Mi piace però esprimermi in tutte
le forme possibili più o meno creative e mi piace anche scrivere, ebbene sì,
nonostante tutto.
Oggi volevo parlare di riuso. Un
tema che ho già affrontato quasi sicuramente in questo mio spazio.
Questa volta però vorrei
trattarlo da un punto di vista diverso, dopo un incontro illuminante avuto ieri
mattina.
Che sono attivista nella rete
Rifiuti Zero ormai lo avrete capito.
Che quello della salvaguardia
ambientale è diventato ormai un pallino per me anche lo sapete. Lo sa anche e soprattutto
chi mi sopporta quotidianamente nelle mie battaglie e nelle mie idee
disordinate.
Il nodo che vorrei provare a
sciogliere però è proprio quello degli oggetti che, una volta utilizzati
appieno nella loro funzione, non sembrano avere altra destinazione che quella
del secchio dell’immondizia.
E il problema è risolto.
Magari.
O forse proprio no, anzi.
Qualche mese fa ho avuto la
possibilità di parlare di vestiti da dare via, in cattive condizioni non compatibili
da donare o barattare.
Mi riallaccio al discorso che ho
fatto all’epoca.
C’è una parte che non vediamo,
fondamentale: una volta gettati, questi articoli (conferiti nella raccolta
indifferenziata che sia stradale o porta a porta), vanno o in discarica o
vengono trattati nei TMB (impianti di trattamento meccanico biologico).
Impatto ambientale negativo in
entrambi i casi: più evidente nel primo perché fanno cumulo in invasi enormi
quali quelle delle discariche, meno evidente nel caso di trattamento termico
(incenerimento), perché l’inquinamento è aereo. Si liberano cioè da tale
combustione nano particelle che finiscono nell’aria e che si posano sui terreni
oltre che nei nostri polmoni. Parliamo di diossina insomma.
Ora, veniamo a noi.
Immaginiamo di avere per le mani
un altro tipo di bene, sempre della categoria “abbigliamento”: un paio di
scarpe da ginnastica rotte per esempio.
Non riusciamo più a metterle
perché la parte interna è completamente rovinata, ed il danno irrimediabile.
Soluzione?
Risposta standard: le butto nel
secchio.
Risposta responsabile: provo a
capire come posso evitare che vadano nel secchio.
Ho specificato proprio la categoria scarpe da ginnastica perché la persona che ho incontrato ieri (che fa parte del mio stesso gruppo di riuso e riciclo e a cui ho consegnato un paio di scarpe da dismettere), raccoglie questo tipo di articoli che vengono utilizzati da un’azienda per fare piste ciclabili e superfici simili dopo un processo di triturazione e rifusione dei prodotti.
Geniale!
Da qui l’idea: visto che nella
mia città non esiste un centro di riuso e visto che faccio spola tra Roma e
Viterbo, potrei organizzare una raccolta di scarpe sportive/da trekking su
entrambe le città e portarle poi a questa persona: sarei così certa di avviare materiali
certamente da dismettere ad un riuso intelligente, sottraendoli al sicuro
impatto ambientale che conosciamo per la comunità.
Scrivetemi quindi a questo
indirizzo di posta elettronica: lanovella2012@gmail.com e in base alla adesioni
sul territorio, organizzerò la raccolta. L’associazione La novella sarà presto anche su
Facebook: stiamo lavorando per voi! E grazie in anticipo per l'adesione alla campagna!

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